Hattem: itinerario nel cuore di un villaggio Olandese

“Perché cuore verde? Perche crediamo che questo villaggio abbia tante pietre ma poco verde e così abbiamo cercato di fare entrare un poco di natura dentro le sue antiche mura”.

Ina van den Wall Bake è la portavoce dell’associazione Hartje Groen (si legge hartii grrun e significa, appunto, cuore verde) e con le amiche Hanneka de Waal de1 Milieugroep (gruppo di ambientalisti) e Antgie Scheper dello Stichting Heemkunde (volontari che si occupano di storia e cultura locale) ci sta spiegando, attorno a un tavolo del salone di rappresentanza dell’antico municipio di Hattem, perchè il suo villaggio è stato premiato dal governo olandese e dalla Commissione europea. E, assieme alle amiche, sembra descrivere un lavoro ai ferri riuscito bene oppure la ricetta di una buona torta con il cioccolato e tanti ingredienti naturali, raccolti con attenzione, mescolati e cotti con cura in modo che il risultato sia sano e naturale, ma anche bello da vedere, senza niente fuori posto.

Siamo in Olanda, la nazione europea più artificiale, dove ogni pezzo di terra per vivere e mangiare, ogni polder, è stato rubato al mare fin dal Medioevo con ingegnosi complessi di dighe e pompe mosse dai mulini a vento: il 27 per cento del suolo olandese si trova sotto il livello del mare e verrebbe sommerso se il sistema di dighe e la perfetta organizzazione che lo regola si inceppasse.

Ma siamo anche nel Paese d’Europa dove sono nati i primi movimenti ecologisti, i provos che regalavano le biciclette bianche agli abitanti di Amsterdam all’inizio degli anni Sessanta. Un paese che ha speso milioni di fiorini perchè l’ultima grande diga costruita negli anni Ottanta, quella sul delta della Schelda, permettesse il continuo ricambio fra acque saline e acque dolci e conservasse così l’ecosistema di marea che una struttura diversa, più economica e facile da gestire, avrebbe irrimediabilmente compromesso un Paese che fabbrica campi arati dove c’era il mare e costruisce dune e colline dove c’era solo palude, ma poi si preoccupa di ricoprirle con le specie vegetali endemiche e aspetta con trepidazione che l’ecosistema si inneschi e attiri gli uccelli per fare felici i milioni di birdwatcher olandesi.

Per andarle a vedere, queste pietre di Hattem sulle quali le buone dame dello Hartje Groen cercano di innestare salici e biancospini, è meglio lasciare l’auto e incamminarsi a piedi o, meglio ancora, in bicicletta, e mescolarsi ai ragazzi che tornano da scuola, alle signore che fanno la spesa e agli impiegati comunali che pedalano senza sporcare giacca e cravatta e neppure la lucida valigetta legata al portapacchi posteriore.

L ‘amministrazione comunale, su proposta delle associazioni spontanee, ha reso complicatissima la circolazione automobilistica nelle strette vie del villaggio e quasi impossibile la sosta per chi intende rimanervi più di un’ora. Perciò, tanto vale lasciare l’auto nel parcheggio fuori città (come da anni tentano invano di fare molte cittadine italiane, a cominciare da Cervia, in provincia di Ravenna) ed entrare dalla Dijkpoort, come facevano i contadini e i pastori che venivano a fare il mercato ne1 1450, ai tempi di Eleonora, contessa di Gheldria, che aveva concesso ai cittadini di Hattem la terra dove far pascolare le bestie.

Forse anche allora metteva una certa soggezione passare dalla campagna alla città, entrare nel borgo che aveva ottenuto le prerogative comunali fin dall’inizio del 1300 e subito si era affrettato a costruire una cinta di mura, ma certo non era la sensazione di oggi, di entrare in un tempo diverso, come quando si varca la soglia di un museo o di un teatro. Compresa quell’impressione di artificioso e ricostruito che danno teatri e musei, fatti per rappresentare la vita e non per viverla davvero.

Come la Dijkpoort, che era certamente in questo stesso luogo anche nel 1400 e serviva anche allora, come oggi, a separare il borgo dalle terre precarie e alluvionali rubate all’ Ijssel con dighe e canali, ma era ben diversa da oggi, tozza e quadrata e senza quella specie di coperchio con i quattro pinnacoli dal tetto a cono e le finestrelle con le imposte bianche e blu aggiunte nel restauro (o ricostruzione) del 1904 che la fanno un po’ sembrare il castello di Biancaneve di Disneyland.

O come De Fortuyn, il mulino a vento per macinare il grano che era stato costruito in questo stesso posto, vicino alla Dijkpoort, nel 1582, ma poi bruciò completamente e venne ricostruito nel 1852, abbandonato all’ inizio del secolo e finalmente restaurato nel 1972: lucido e impeccabile, brilla al sole come una grande costruzione di Lego quando, nei giorni di vento d’estate, è fatto funzionare per i turisti.

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